Gesuino Curreli

recensione2

Ho conosciuto Roberto Serri, nel suo studio-rifugio, posto dentro una striscia di verde ai piedi della montagna di Oliena, sotto una gigantesca quercia, protetto da un silenzio e un’intimità che non ti aspetti. A vedere il posto è già facile capire che cosa muova l’animo di chi lo ha forgiato, con gusto e cura, mimetizzando perfettamente un angolo attrezzato per l’ospitalità, davvero singolare e molto confortevole. Lì ho apprezzato per la prima volta il fascino delle cose che via via, quel pomeriggio, andavo scoprendo, come le maschere, sparse un po’ dovunque, “caras” (facce – visi ), come preferisce chiamarle lui. Artigiano di buone mani, Roberto, che di cazzuola e malta se ne intende, dando sfogo a qualcosa che gli rode dentro ( oltre la riconosciuta dedizione all’ organizzazione di serate di beneficenza ), ha iniziato da lì, dagli umili materiali del suo mestiere, finanche dagli sfridi di tondini di ferro attorcigliati e tranciati da cesoie potenti, finalizzandoli però ad una creatività del tutto nuova e affascinante, come la creazione delle maschere, per l’appunto, o di minute sculture evocanti un mondo animale, non si sa quanto sottomarino o astrale, ma elegante di certo, e di stupefacente bontà. Composizioni di rara efficacia queste ultime, per lo più dedicate ad accoppiamenti, ad intrecci di arti e di corpi in amplessi carichi d’istinto e di giocosa naturalezza. Vi si leggono posture di lucertole, animali marini, quadrupedi, esseri, come già detto, di difficile definizione morfologica, ma anche l’inconfondibile bipede umano, tutti intenti nella intensissima, meravigliosa danza dell’amore. Sorprendente.
“Sas caras”, dopo una prima immancabile imitazione, guardando ai “boes” di Ottana, ben presto assumono tono e voce propria, figlie di creazione esclusiva, e neanche cloni di un esperimento occasionalmente fortunato. I risultati sono ammirevoli, nella forma e nel colore, ma nell’espressione soprattutto, tali da suscitare suggestioni forti ed autentiche. Lo scenario ridente dello studio/rifugio mitiga un certo disagio interiore che, innegabilmente, l’incontro con “sas caras” ti crea, quando non le si passino in distratta rassegna, con sguardo affrettato, ma ci si soffermi a scrutarle, al pari di quanto loro fanno, con fascino che sa di mistero, quando ti scrutano dentro l’anima, dagli incavi degli occhi vuoti e profondi, e ti investono con domande insistenti, ti coprono di salaci battute, oppure stanno…e tacciono, obbligandoti a pensare, chiamandoti ad entrare nel turbinio della loro inquietudine immensa. “Sas Caras” di Roberto Serri ridono e piangono, condannate ad essere “altre”, e non calchi di dati somatici più o meno riconducibili alla parvenza antropomorfa di una qualche divinità, di un tempo che non c’è più, o di un demone bisognoso di riti propiziatori perché ne sia ammansita l’ira e la voglia di male. Non si resta indifferenti, e questo è già segno di vibrazione poetica, di pulsione interiore capace di trasmettere evocazioni ed analogie con mondi le cui storie sono giunte fino a noi, mai disgiunte dalle maschere e dall’infinità dei loro simbolismi presenti in ogni cultura, a partire dai popoli dell’Oceania, della Papua Nuova Guinea, a quelli africani dei Dogon, nel Mali, , dai popoli dell’america precolombiana a quelli della Costa d’Avorio, della cultura Dan, da quelle ben note del nostro panorama isolano a quelle del tutto simili del carnevale sloveno. Roberto Serri, però, aldilà della storia che lo precede, si muove in un alveo del tutto personale dettato dall’intuito ingenuo e spontaneo, ricco del disincanto che si addice alla poesia, alla creazione pura, figlia d’ anima e d’istinto, ma supportata da una innegabile manualità con la quale dare forma a un sentimento che coinvolge e che condividiamo profondamente. Insomma, un approccio vibrante, al quale partecipiamo volentieri, davvero presi in questo linguaggio di rara efficacia, e di fine intuizione poetica, che ci affascina e ci turba.

Gesuino Curreli




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